19 agosto 2009

MORTE APPARENTE ED ESPIANTO D'ORGANI

Ormai la paura di essere sepolti ancora vivi sembra di gran lunga meno diffusa rispetto al passato. Forse quel primitivo terrore si è trasformato in qualcosa di più sottile:" il timore di essere dichiarati morti prima del tempo per l’espianto di organi". Siamo davvero così sicuri di essere stati immunizzati contro il più terrificante degli incubi? pistole, coltelli, veleni e telefoni accessori per la cassa da morto non bastano piu'...;

Apro questo post,riportando uno scambio di opinioni avvenuto in un forum tra due utenti,riferiti "all'espianto di organi” e alla “Sindrome di Lazzaro” :

Tu stesso, nel testo precedente, parli di "morti a cuore battente".

Il termine scientifico è "cadavere a cuore battente" . Cadavere vuole dire soggetto morto, cadavere a cuore battente vuol dire soggetto cerebralmente morto il cui sistema cardiocircolatorio e respiratorio sono sostenuti artificialmente. La morte non si identifica solo con la cessazione del battito cardiaco e della circolazione sanguigna ma anche con la cessazione irreversibile della funzione cerebrale. Il cuore è solo un muscolo, una pompa meccanica che, per quanto perfetta e meravigliosa, non è la sede dell'anima o dei sentimenti o dello spirito. Le funzioni superiori, la coscienza, la memoria, il senso di identità, i sentimenti, le funzioni di regolazione della vita vegetativa sono nel cervello. Quando il cervello muore, muore l'individuo e non c'è più ritorno.

Non è una corrente scientifica ma pseudoscientifica, anzi pseudo e basta.
Uno scienziato vero non metterebbe mai in discussione il ruolo del cervello e la correlazione morte cerebrale=morte dell'individuo.

Quanti, tra i donatori, anche non presunti, ma volontari, sono a conoscenza della c.d. "Sindrome di LAZZARO",

E' una leggenda metropolitana, non esiste la sindrome di Lazzaro. Esiste solo l'ignoranza e la malafede.

Studio del Professor Paolo Becchi.

INACCERTABILITA' DELLA MORTE "CEREBRALE"

LA morte "CEREBRALE" - NON - è un indicatore della morte dell'intero organismo.

Due celebri medici statunitensi: Robert Troug e James Fackler, in un saggio del 1992, dal titolo emblematico "RETHING BRAIN DEATH" ("Ripensare la morte cerebrale",uscito nella rivista "CRITACAL CARE MEDICINE" 20. N° 12/ 1992, Pagine 1705-1713), si posero questo problema.

Secondo tali autori, documentate ricerche dimostrano che, gli attuali criteri e test relativi alla morte cerebrale, non necessariamente indicherebbero la perdita irreversibie di TUTTE & SINGOLE le funzioni cerebrali conosciute. Senza impelagarsi nella vexata questio, circa il fatto se conosciamo o meno davvero quali e quante sono le funzioni del cervello, i test standard adottati, al massimo possono dirci qualche cosa circa l'eventuale cessazione delle funzioni "CORTICALI", ma non di quelle di tutto l'encefalo. A sostegno di tale tesi, gli autori citati, presentano diversi argomenti, in particolare
quattro:

a) In molti pazienti, classificati in morte cerebrale, in base ai test in uso, non è venuta meno la funzione "endocrino-ipotalamica". L'attività dell'ipofisi, e dei centri nervosi ipotalamici che la controllano, continua.

Ne consegue che, in loro permane la regolazione dell'attività ormonale;

b) In tali pazienti, spesso, ancora dopo 24 e, talvolta anche 48 ore dalla dichiarazione di morte cerebrale, in alcune aree, si possono ancora trovare, per via elettroencefalografica, tracce di attività elettrica (circa il 5% del normale);

c) Non pochi pazienti continano, inaspettamente, a rispondere agli stimoli esterni, come dimostra l'aumento della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna, in seguito all'incisione chirurgica prima del preleievo degli organi [ Ecco la "Sindrome di LAZZARO". Si vede che i due sanitari americani, nonchè coloro che hanno elaborato le cartelle cliniche, o comunque, le documentazioni servite per il loro testo, -NON - LA REPUTAVANO UNA "LEGGENDA URBANA ".

d) Molti pazienti, ormai classificati come cerebralmente morti, continuano a conservare i riflessi spinali. Si può escludere con assoluta certezza, un coinvolgimento dei settori inferiori del tronco cerebrale, con quelli con essi adiacenti e confinanti, del midollo spinale?!?!??

Sulla base di questi quattro elementi, i Nostri autori, conclusero che gli attuali mezzi clinici, al massimo possono accertare la stato della corteccia e delle sue funzioni. Il solo Troug, è tornato spesso su tale tematica. In particolare citiamo "IS IT TIME TO ABANDON BRAIN DEATH", in "HASTINGS CENTER REPORT " N° 27- 1997- Pagine 29-37)


I trapianti, ovvero la predazione di organi, e le ambiguità di Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II il 29 agosto 2000 partecipò a Roma, al "Congresso internazionale della Società dei trapianti" ed ha tenuto un discorso per l'occasione. La stampa e i mass media ne hanno approfittato per esaltare il suo discorso a favore della "scienza".

Ma è proprio così? La verità è che il testo contiene frasi contradditorie che possono andare bene sia ai fautori del trapianto sia a coloro che ne sono contrari. Infatti il pontefice ha affermato che: "Gli organi vitali e singoli non possono essere prelevati che ex cadavere cioè da un individuo certamente morto ... comportarsi altrimenti significherebbe causare intenzionalmente la morte del donatore prelevando i suoi organi".

Egli ha anche ricordato che la morte è la separazione dell'anima dal corpo e che: "la morte della persona, intesa in questo senso radicale, è un evento che non può essere direttamente individuato da nessuna tecnica scientifica o metodica empirica".

Fin qui non abbiamo nulla da eccepire, ma se proseguiamo nella lettura del discorso troviamo delle contraddizioni e imprecisioni con i dati scientifici, per cui ci sembra che il papa si fidi troppo di ... alcuni attuali uomini di scienza.

Infatti leggiamo: "E' ben noto che, da qualche tempo, diverse motivazioni scientifiche per l'accertamento della morte hanno spostato l'accento dai tradizionali segni cardio-respiratori al cosiddetto criterio "neurologico"; vale a dire alla rilevazione, secondo parametri ben individuati e condivisi dalla comunità scientifica internazionale, della cessazione totale ed irreversibile di ogni attività encefalica (cervello, cervelletto e tronco encefalico), in quanto segno della perduta capacità di integrazione dell'organismo individuale come tale. Di fronte agli odierni parametri di accertamento della morte, - sia che ci si riferisca ai segni "encefalici";sia che si faccia ricorso ai più tradizionali segni cardio-respiratori - la Chiesa non fa opzioni scientifiche, ..." In questa prospettiva, si può affermare che il recente criterio di accertamento della morte sopra menzionato, cioè la cessazione totale ed irreversibile di ogni attività encefalica, se applicato scrupolosamente, non appare in contrasto con gli elementi essenziali di una corretta concezione antropologica " .

LA REALTA'

Innanzitutto, non è vero che la comunità scientifica internazionale sia favorevole all'unanimità all'attuale "criterio neurologico" che viene espresso col termine di "morte cerebrale".

Infatti il recente concetto è stato introdotto per poter effettuare prelievi di organi da chi si trova in coma cerebrale, mentre, come citeremo, molti scienziati e professori hanno pubblicato le loro ricerche ed i relativi risultati su autorevoli riviste scientifiche di medicina ed hanno espresso la loro disapprovazione sul concetto di "morte cerebrale", perchè esso non coincide con la cessazione totale e irreversibile di ogni attività cerebrale, per cui detta analisi non è scientifica e non accerta affatto la morte vera.

Inoltre il Papa dice che i prelievi di organi devono essere effettuati da cadaveri; ora dai veri defunti possono essere prelevati solo alcuni tessuti, come la cornea, "mentre gli organi vivi, come il cuore, i polmoni, il fegato, i reni " ecc. per essere trapiantabili devono essere tolti da persone dichiarate in "morte cerebrale" che respirano ancora (anche se la respirazione è artificiale), che hanno il cuore che pulsa, il cui sangue circola, che sono calde e rosee, i cui arti per stimoli dolorosi possono muoversi (il cosiddetto segno di Lazzaro) e se sono donne possono condurre avanti una gravidanza dando alla luce un figlio vivo e sano ecc. (è alquanto anomalo considerare queste persone defunte quando nessuno avrebbe il coraggìo di mettere in una bara qualcuno che respira, che ha il cuore e il polso che battono!).

E' evidente che tali persone non sono cadaveri, e che da veri cadaveri si possono prelevare solo organi che sono già in stato di degenerazione e che non possono essere trapiantati.

STORIA DELLA NUOVA TERMINOLOGIA

Come è citato nel documento del papa, si è passati dalla definizione tradizionale di morte intesa come arresto delle funzioni circolatoria e respiratoria a quella di "morte cerebrale" intesa come cessazione di tutte le funzioni dell'intero cervello, compreso il tronco cerebrale.

Questo criterio neurologico di morte cerebrale è stato introdotto in seguito al primo trapianto ufficiale di cuore fatto dal prof. C. Barnard nel 1967, a Città del Capo. Contro queste nuove tecniche si schierarono diversi professori e scienziati, a causa del fatto che le persone dalle quali si facevano i prelievi di organi, (chiamati anche espianti) certamente non erano morte.

In Italia il prof. Stefanini, in televisione, attaccò Barnard affermando che "se non c'è la morte non si può fare il trapianto, e che se non c'è cadavere c'è omicidio". Tra gli altri professori in Italia che si opposero ai quei trapianti ricordiamo il prof. Dioguardi di Milano e i prof. Gasbarrini e Puddu di Bologna.

Un mese dopo il trapianto di Città del Capo, siccome negli Stati Uniti vi erano 200 medici indagati, fu istituita una Commissione "ad hoc" dalla Harvad School di Boston con l'incarico di definire la morte in chiave neurologica, per evitare accuse legali e morali alle équipes trapiantìstiche.

Nel 1969 la Prima Commissione di Harvard pubblicava il suo Rapporto sul " Journal of the American Association " (J.A.M.A.), dove non spiegava perchè il coma sia assimilabile alla morte, ma semplicemente affermava che occorre definire morte il coma irreversibile... per motivi pratici (liberare letti d'ospedale, alleviare il peso sociale dei pazienti in stato vegetativo, reperire senza contrasti organi da trapiantare).

Nel 1979 due filosofi "cattolici" dei movimenti per la vita, Grìsez e Boyle inventarono una nuova definizione di morte cerebrale introducendo il concetto di unità funzionale integrativa, come se il cervello fosse l'unico organo responsabile dell'unità funzionale integrativa. Essi contribuirono così a soppiantare l'etica che diceva che la vita è sacra per introdurre l'etica della qualità di vita.

Nel 1981 la morte cerebrale veniva definita in termini medico legali e venne accolta senz'opposizione in quasi tutto il mondo industrializzato, eccetto il Nord Europa e il Giappone.

Nel 1992 però due scienziati americani, sempre della Harvard School, il Dr. Robert D. Truog e il Dr. James C. Fackler, pubblicarono un altro rapporto dal titolo significativo "Rethinking brain death": "Ripensamento (o revisione) della morte cerebrale".

E' il rapporto più significativo per la parte medico-legale, stranamente mai pubblicato in Italia, forse perchè per il suo titolo e i suoi 87 riferimenti bibliografici non conveniva!

Ecco l'estratto dei dati e la sintesi del loro studio:

"Proponiamo quattro argomenti a sostegno del parere che i pazienti che rispondono agli attuali criteri clinici della morte cerebrale, non necessariamente presentano la perdita irreversibile di tutte le funzioni del cervello (per cui queste persone non sono morte ma vive! (n. d. R.).

In primo luogo, in molti pazienti clinicamente in morte cerebrale è conservata la funzione endocrina-ipotalamica.

In secondo luogo, in molti pazienti è conservata l'attività elettrica cerebrale.

In terzo luogo, alcuni pazienti conservano la capacità di reagire agli stimoli dell'ambiente.

In quarto luogo, il cervello è definito fisiologicamente come sistema nervoso centrale, e in molti pazienti clinicamente in morte cerebrale è conservata l'attività del sistema nervoso centrale, sotto forma di riflessi spinali.

Questi risultati sono in netto contrasto con il requisito di una "cessazione irreversibile di tutte le funzioni cerebrali".

La conclusione di questo studio è che non esistono mezzi strumentali atti a dimostrare la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo, quindi neanche l'elettroencefalogramma (che abbrevieremo con la sigla EEG) o altri tests sono in grado di accertare la cessazione irreversibile di ogni attività encefalica.

Tra l'altro occorre notare che a livello mondiale non vi è accordo fra scienziati e clinici sui criteri e sulle prove da adottare per dichiarare la cosiddetta "morte cerebrale": per es. nel Regno Unito non si usa l'EEG.

In Italia la legge 578/93, ripetendo la definizione di Harvard del 1969, dice che "la morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello" e prevede quattro categorie di accertamenti per poter dichiarare una persona in morte cerebrale.

Essa richiede contemporaneamente l'assenza: della coscienza, della respirazione spontanea, dei riflessi e delle risposte elettriche cerebrali. Per questo ultimo accertamento si usa l' EEG che dà il tracciato grafico dell'attività elettrica a livello della superficie cerebrale; questo risultato si ottiene con un apparecchio collegato ad elettrodi posti sul cuoio cappelluto e con una penna scrivente su un rotolo di carta.

In sintesi la legge italiana dice che per una attività elettrica al di sopra di 2 microvolts c'è la vita, mentre per una attività minore c'è la morte, balza subito alla mente che 2 microvolts rappresentano una soglia arbitraria che non corrisponde a uno zero assoluto strumentale, è solo una convenzione per dire che una persona è morta.

Scientificamente non è esatto; infatti già a suo tempo il prof. Bergamini scriveva: "Un tracciato elettroencefalografico può essere normale anche se piatto, cioè privo di ritmo visibile: ad es. soggetti adulti ansiosi o soggetti neonati possono aver un tracciato piatto che di per sé non è assolutamente definibile patologico" (di fatto, la scienza non sa perchè in questo caso l'EEG sia piatto, perchè indichi uno stato patologico occorrono altri segni.

Inoltre il prof. Bondì scriveva che la presenza di forti addensamenti emorragici endocranici (tipica dei traumatizzati da incidenti) "può eliminare il "segnale" della penna scrivente o diminuire di molto l'ampiezza dei segnali rilevati dalla macchina operante con elettrodi applicati sopra il tavolato osseo";

Data l'esiguità della traccia scritta è sempre problematico e grossolano l' apprezzamento obiettivo di questi segni di vita, la cui importanza è capitale, se possono sottrarre un paziente alla sentenza medico legale di morte e all'irrimediabile svuotamento del suo corpo con l'espianto; in questo caso gli elettrodi dovrebbero essere posti sotto il tavolato osseo. Quindi l'EEG non dimostra affatto che "l'attività cerebrale sia assente in tutto l'encefalo".

In Italia,la legge non prevede tecniche più sofisticate che potrebbero dimostrare la presenza di vita cerebrale, come la verifica di presenza o meno di circolo cerebrale, mentre è un test fondamentale per dichiarare una prognosi infausta. Infatti una persona può essere dichiarata morta quando permangono residui funzionali di circolazione intercranica. "Isole di residua circolazione intercranica possono rappresentare funzione cerebrale e vita persistente";

Ed io mi domando e vi domando sono tali isole coscienziosamente e scrupolosamente ricercate? " La risposta è negativa perchè gli esami quali angiografia, PET, SPECT, ECOPLANAR, RMI non sono previsti dalla legge e pertanto non vengono eseguiti ".

Anche il Rapporto di Harvard del 1992 alla domanda se l'assenza di apporto di sangue al cervello costituisce un indice di cessazione di tutte le funzioni intracraniche più affidabile rispetto al silenzio elettrocerebrale, afferma: "Purtroppo l'assenza di flusso ematico (sanguigno) rilevato sia dagli studi con radionuclidi che da angiografia non coincide invariabilmente con l'assenza di tutte le funzioni cerebrali, neppure negli adulti. Sono stati segnalati numerosi casi di adulti nei quali la scansione a radionuclidi ha dato esito negativo, mentre persisteva l'attività EEG" .

In poche parole, le persone che si trovavano in queste condizioni non erano morte. Inoltre non esistono dei criteri validi per stabilire che abbiano cessato irreversibilmente di funzionare altre importanti aeree del cervello come il cervelletto, i gangli basali o i talami.

Gli inglesi, come abbiamo già riferito, negano qualsiasi valore all'EEG e sono a favore di una concezione di morte cerebrale fondata esclusivamente sull'assenza di riflessi del tronco cerebrale escludendo l'esame dell'encefalo.

Il citato rapporto del 1992 della Harvard School a questo proposito afferma: "Tuttavia abbiamo dimostrato che altre funzioni cerebrali (per es. la funzione endocrina e il controllo della temperatura) possono persistere malgrado l'assenza di tutti i riflessi del tronco cerebrale considerati per diagnosticare la morte cerebrale" ...

Secondo uno studio il 23% di 31 adulti in morte cerebrale non erano affetti da diabete insipido, il che implicava la presenza della funzione ipotalamica (con secrezione dell'ormone antidiuretico) ... una valutazione in questo senso comporta, come minimo, che il rilevamento del diabete insipido dovrebbe assumere un ruolo basilare nei nostri criteri della morte cerebrale, assai maggiore che non la non-reattività pupillare alla luce. Per questi (ed altri) motivi il punto di vista inglese è stato criticato con forza . Infatti, "anche dopo aver constatato l'assenza di riflessi del tronco cerebrale, si sono verificati casi di ripresa" .

Sempre dal rapporto di Harvard del 1992 leggiamo: "Terzo, ci sono manifestazioni di reattività ambientale in pazienti in morte cerebrale ". Una rassegna delle cartelle anestesiologiche di dieci donatori di organi in morte cerebrale ha rivelato "una chiara risposta emodinamica all'incisione chirurgica al momento dell'espianto dell'organo del paziente, con aumento medio della pressione sistolica pari a 31 mm Hg e della frequenza cardiaca pari a 23 battiti al minuto".

Gli scienziati inglesi Evans e Hill esaminarono le cartelle cliniche dei dati pubblicati da Wetzel di recenti donatori di organi "cerebralmente morti".

Ecco ad es. come si comportò un donatore di 33 anni. Prima di entrare in sala operatoria questo paziente non fu trattato con ipertensivi, poi in sala fu "curarizzato" perchè il suo corpo non si muovesse e non impedisse l'incisione.

Prima dell'intervento i suoi battiti cardiaci erano 90/min. ed aveava una pressione di 90/50 mmHg. Dopo pochi secondi dal'incisione jugulo-pelvica i suoi battiti erano saliti a 104/min. e la pressione saliva a 120/70/mmHg (se fosse stato un cadavere questi valori non avrebbero dovuto aumentare); a 3 minuti dall'inizio i battiti erano 18/min. e la pressione era arrivata a 150/75 mmHg.

Dopo 11 minuti fu somministrata l'anestesia, la pressione crollò e ritornarono i valori della situazione pre-operatoria. Dunque tutti questi donatori furono "paralizzati e ventilati solo con ossigeno e manifestarono simili drammatici aumenti di pressione sanguigna e di ritmo cardiaco dopo le incisioni per gli espianti ".

Tali risposte che appaiono quindi la norma, più che l'eccezione," sono identiche alle risposte cardiovascolari mediate del tronco cerebrale osservate in pazienti normali sottoposti ad interventi chirurgici terapeutici quando l'anestesia si rivela troppo leggera" .

Se il tronco cerebrale fosse veramente morto, dovrebbe esservi assenza non solo di risposta del centro respiratorio, ma anche di attività dei centri vasomotori. Tali reazioni sono in contraddizione con la cessazione di tutte le funzioni cerebrali.

Il Rapporto del 1992 di Harvard afferma ancora: "In quarto luogo, da un punto di vista fisiologico, il cervello viene definito come sistema nervoso centrale". Le prime definizioni della morte cerebrale, come i criteri di Harvard del 1969 ne tenevano conto e definivano la morte cerebrale come la morte dell'intero sistema nervoso centrale, compreso il midollo spinale.

Ben presto i clinici si resero conto, tuttavia, che molti pazienti in morte cerebrale per altri versi conservavano la funzione del midollo spinale sotto forma di riflessi spinali. Questi riflessi a volte provocavano movimenti drammatici e sconvolgenti degli arti, movimenti noti sotto il nome di "segno di Lazzaro ".

L'invenzione e l'adozione del criterio di morte cerebrale si fondano sulla presunzione che l'osservazione di una certa serie di casi clinici simili, che hanno storicamente avuto tutti esiti simili, garantisca che tutti i casi simili successivi avranno ancora tutti esiti simili , invece la realtà mostra che se si continuano le cure intensive c'è chi può sopravvivere.

AUTOPSIE

Solo un'autopsia del cervello del donatore potrebbe accertare, direttamente e caso per caso, se le lesioni cerebrali erano veramente di natura irreversibile. Non si dimentichi che, a fronte di un possibile errore umano di valutazione o apprezzamento della lettura, il donatore è irremediabilmente e legalmente condannato a morte.

E' un pò sospetto il fatto che gli ospedali non prevedano l'autopsia del cervello delle persone espiantate per vedere se questo organo era veramente distrutto, infatti nella vera morte come affermava il prof. Baldissera c'è la distruzione degli emisferi, del tronco cerebrale e delle cellule .

Il rapporto di Harvard del 1992 afferma: "Se fosse possibile identificare una particolare costellazione di indizi clinici tali da coincidere invariabilmente con la distruzione totale del cervello rilevata dall'autopsia, questa serie di criteri potrebbe essere utilizzata come prova attendibile di morte cerebrale".

Purtroppo, in uno studio condotto su 503 pazienti, Molinari riscontrò che "non era possibile verificare che ad una diagnosi emessa prima dell'arresto cardiaco in base a una serie o sottoserie di criteri orrispondesse invariabilmente un cervello in gran parte distrutto."

Anche il prof. Hill denuncia che dalle osservazioni di autopsie si rilevò una discreta conservazione della corteccia cerebrale ... Questa crescente massa di prove continua a gettare gravi dubbi sulla certezza di diagnosi di morte in presenza di cuore battente, e lascia aperta la questione di quanto tempo dopo la cessazione della circolazione cessi definitivamente ogni funzione del cervello.

POSSIBILITÀ TERAPEUTICHE

Innanzi tutto occorre sfatare il falso dogma che i pazienti in stato di "morte cerebrale" siano sempre e assolutamente incurabili e che tutti debbano necessariamente subire un arresto cardiaco imminente.

Ha suscitato molto interesse nel mondo scientifico internazionale una recente indagine statistica condotta da un autorevole scienziato americano, D. Alan Shewmon in essa sono stati analizzati i casi di prolungata sopravvivenza rilevati su di un numero significativo di pazienti diagnosticati in morte cerebrale. Egli ha raccolto casi di prolungata sopravvivenza ed ha esaminato i fattori in grado di determinare, in soggetti dati per morti, la capacità di sopravvivere.

La capacità di sopravvivenza era inversamente proporzionale all'età (minore è l'età e maggiore è la possibilità di sopravvivenza... L'instabilità emodinamica tendeva progresssivamente a risolversi, tanto da permettere con successo ad alcuni pazienti il distacco della ventilazione ausiliata e il ritorno a casa.

Vi è un altro falso dogma laico che asserisce che il cervello giunto a maturità sia assolutamente incapace di produrre nuovi neuroni, con la conseguenza dell'irreversibilità dei danni cerebrali. Le recenti ricerche in campo neurologico consentono di affermare che gli esseri umani hanno la capacità di generare neuroni cerebrali durante tutta la vita, vecchiaia compresa. E' stato dimostrato da P. S. Eriksson, a conferma di quanto già scoperto in precedenza per i mammiferi, che l'ippocampo umano mantiene intatta la sua attività di neurogenesi.

Dal gennaio 1999 C. B. Johansson e altri ricercatori sono riusciti ad andare ben oltre, per ora in campo animale, fino a dimostrare l'esistenza di un vero e proprio processo di risposta alle lesioni degenerative del sistema nervoso centrale, posto in essere dalla crescita convulsa di cellule migratorie staminali neurali atte a partecipare alla formazione cicatriziale e riparatoria.

Secondo i risultati scientifici raggiunti si prospetta sempre più realistica la capacità del cervello umano danneggiato di ricostituire spontaneamente, almeno in alcuni casi e in determinate zone, il proprio patrimonio di cellule nervose distrutte. Anche le definizioni più resistenti, come quella ultracentenaria dell'italiano Bizzozzero, sostenuta da una vasta letteratura scientifica, che poneva il cervello dei mammiferi tra i tessuti ad elementi perenni, sono state rimosse dalle ricerche dell'ultimo decennio e dalle nuove scoperte sulla neuroplasticità dei mammiferi adulti, intuizioni estensibili per extrapolazione all'uomo. Grazie a questi risultati, affiancati alle nascenti biotecnologie riparative del sistema nervoso centrale adulto, non appare più tanto lontano il traguardo di stimolazione terapeutica controllata di rigenerazione neuronale in un cervello umano adulto lesionato, specie in una regione, come l'ippocampo, delicatissima e di capitale importanza nei processi cognitivi e di memorizzazione.

Grazie ai progressi dell'avanzata terapia intensiva praticabile oggi nei centri di rianimazione: "Secondo dati recenti, con una assistenza aggressiva, alcuni pazienti clinicamente in morte cerebrale possono raggiungere una sopravvivenza somatica per periodi relativamente lunghi: 36 giorni , 9 settimane , 68 giorni ,112 giorni , 201 giorni " E' pertanto fallace il ragionamento secondo il quale tutti i pazienti che soddisfano gli attuali criteri della morte cerebrale andrebbero considerati in morte cerebrale perchè invariabilmente subiranno un arresto cardiaco a breve scadenza, e ciò per almeno tre motivi:

a) confonde la prognosi del "morente" con la diagnosi della "morte";

b) la certezza" dell'arresto cardiaco è discutibile, dati i progressi compiuti nella terapia intensiva;

c) questo aggiornamento, a parte la mera prognosi, non identifica che cosa nel cervello sia essenziale per la nostra comprensione della morte . Secondo i risultati scientifici raggiunti si prospetta sempre più realistica la capacità del cervello umano danneggiato di ricostituire il proprio patrimonio di cellule nervose distrutte.

LA TERAPIA DELL'IPORTEMIA CONTROLLATA

Ottimi risultati si sono ottenuti con l'ipotermia cerebrale controllata, metodo applicato da una squadra di ricercatori giapponesi guidata da N. Hayashi (non a caso in un Paese che ha sempre rifiutato di accogliere acriticamente l'equiparazione occidentale della morte cerebrale alla morte vera).
Costoro hanno trattato con ipotermia cerebrale controllata (e mantenimento di un'adeguata pressione endocranica) 20 casi d'ematoma subdurale acuto associato a danno cerebrale diffuso e 12 casi d'ischemia cerebrale globale provocata da arresto cardiaco della durata da 30 a 47 minuti.

Tutti i pazienti si trovavano in uno stato di coma valutato fra 3 e 4 gradi G.C.S., Glasgow Coma Scale (il valore 3 corrisponde alla situazione più critica in assoluto: concomitante assenza totale di risposta agli stimoli oculari, motori e verbali; i pazienti dichiarati in morte cerebrale sono classificati G.C.S. 3).

Essi presentavano dilatazione bilaterale delle pupille e perdita di riflesso alla luce, eppure 14 dei 20 pazienti del primo gruppo e 6 dei 12 del secondo gruppo sono ritornati a una vita quotidiana normale, tutti meno uno con completo ristabilimento delle possibilità di comunicazione verbale.

CRONACA

Eclatanti casi di cronaca, apparsi sui giornali dimostrano che diverse volte coloro che si volevano espiantare, e non lo sono stati, hanno ripreso una vita normale, riportiamo alcuni casi.

Martin Banach un giovane tedesco di 18 anni, nel 1996, passava un periodo di vacanze in Italia all'isola dei fiori, Ischia. Dopo aver noleggiato un motorino la seconda sera fu investito da un'auto, svenne. Fu portato all'ospedale dove venne considerato donatore di organi.

Telefonarono al padre: <Buongiorno, qui l'Ospedale Cardarelli di Napoli ... Suo figlio ha la tessera di donatore? ... Suo figlio è gravemente ferito ... E' in coma ... Ci dispiace non c'è quasi più nulla da fare>. Il padre rispose: <Lasciatelo com'è! Vengo subito. Non toccatelo!> i genitori arrivarono in aereo, non fu loro permesso di vedere il figlio, finchè dopo tre giorni di lotte riuscirono a far atterrare un aereo con una decisa giovane dottoressa tedesca che trattò per due ore col personale dell'ospedale.

Poi aprirono la porta d'acciaio,il loro figlio era là, solo ventilato. La dottoressa ordinò:"Parlategli !" La madre accarezzò i capelli del figlio, le sue palpebre fremettero. La giovane dotteressa disse: "Ce la faremo". Il giovane fu trasportato in Germania, già al primo giorno spalancò gli occhi. Oggi Martin ha finito gli studi e gioca a pallacanestro,con nessuna lesione permanente.

'MIO MARITO E' ANCORA VIVO NON STACCATEGLI LA SPINA'
Repubblica — 05 maggio 1997 pagina 15 sezione: CRONACA

NAPOLI - Si muove. E' un sussulto, ma basta. Tre settimane di coma e, un pomeriggio, il piede del paziente in camera di rianimazione ha un tremito. Per una manciata di secondi. I medici spiegano che si tratta solo di un "riflesso spinale", cioè è una reazione automatica alla macchina che lo tiene in vita e non la prova di un miglioramento. Ma i familiari non ci credono. Per loro quel tremito che dietro un vetro dell' ospedale Cardarelli, ha scosso il corpo "clinicamente morto" di Giuseppe Mongiello, trentasettenne commesso di Forcella, popolare rione di Napoli, è un tremito di vita.

E si aprì una battaglia straziante. Una lotta che mobilitò associazioni e famiglie.
"Nessuno staccherà il respiratore al nostro Giuseppe" - grida sua moglie, Rosaria Cipoletta - "no alla legge assassina, non si può fermare un cuore che batte".

Il "Resto del Carlino", del 12 settembre 1999, riporta un articolo a riguardo del giovane Luca Sarra: "Si sveglia dal coma il ragazzo dell'Aquila dichiarato morto e preparato per la donazione degli organi". Pronto per l'espianto chiede una sigaretta ... e nel testo dell'articolo si legge: "dicevano che era cerebralmente morto".

IL MAGISTERO DELLA CHIESA

Precedentemente, Giovanni Paolo II il 15 dicembre 1989 aveva invitato a rinunziare ai trapianti finchè non è certo il momento della morte. Il Card. Ratzinger era intervenuto al Concistoro Straordinario del 1991 ed aveva affermato: "Siamo testimoni di un'autentica guerra dei potenti contro i deboli, una guerra che mira a eliminare gli handicappati, coloro che danno fastidio e perfino semplicemente coloro che sono poveri e inutili. Con la complicità degli Stati, mezzi colossali sono impiegati contro le persone all'alba della loro vita, oppure quando la loro vita è resa vulnerabile da un incidente o da una malattia e quando essa è prossima alla fine ... Quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma irreversibile saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d'organo, o serviranno alla sperimentazione medica" ("cadaveri caldi").

Come abbiamo già detto la stampa ha approfittato del discorso del papa del 29 agosto 2000, perchè contiene frasi imprudenti e non esatte scientificamente, per far dire che egli è d'accordo coi trapianti.

Notiamo che in quel discorso il pontefice non ha voluto impegnare la sua infallibilità e che, comunque, quando i concetti non sono chiari e contradditori ci si deve riferire al Magistero di sempre e agli immutabili principi cattolici. A questo punto è necessario ricordare che già Pio XII affrontò il tema dei trapianti di organi.

Sin d'allora proclamò la necessità della morte certa del donatore. Infatti egli scrisse: "Nel caso di dubbio insolubile, si può ricorrere alle presunzioni di diritto e di fatto. In generale bisognerà fermarsi a quella della permanenza della vita, perchè si tratta di un diritto fondamentale ricevuto dal Creatore e di cui bisogna provare ch'è venuto meno ... Considerazioni di ordine generale ci permettono di credere che la vita continua fino a che le funzioni vitali - a differenza della semplice vita dei suoi organi - si manifestano spontaneamente anche con. l'aiuto di procedimenti artificiali". Un buon numero di casi forma l'oggetto di un dubbio insolubile ed essi devono essere trattati "secondo le citate presunzioni di diritto e di fatto" (cioè in favore della vita, N. d. A.).

CONCLUSIONE

La nuova definizione di "morte cerebrale", introdotta come mezzo per evitare le conseguenze legali e morali di prelievo di organi vitali dai morenti prima che siano morti, si basa sul concetto che debba essere sufficiente la perdita permanente della capacità di coscienza e di respirazione spontanea e che la morte dell'uomo coincida con la morte del suo cervello. Questa equiparazione e la pretesa d'identificare la morte di una parte del corpo, per nobile che sia, con la morte del tutto, sono assolutamente indimostrate ed arbitrarie, nè trovano alcuna vera giustificazione scientifica.

Al termine di questo articolo vogliamo ricordare che dagli Stati Uniti è stata avviata una iniziativa internazionale promossa dal movimento CURE dal titolo: "Dichiarazione internazionale di opposizione alla "morte cerebrale - nemica della vita e della verità - e opposizione all'espianto/trapianto degli organi".

Tale documento afferma che: "Nessuno dei mutevoli protocolli del cosiddetto "criterio neurologico" per determinare la morte soddisfa le condizioni descritte dal Papa, per una "rigorosa applicazione" dell'accertamento della "completa ed irreversibile cessazione di tutte le funzioni dell'encefalo".

In sintesi, la morte cerebrale non è la morte e la morte non dovrebbe essere mai dichiarata se non in presenza della distruzione dell'intero cervello e contemporaneamente dei sistemi respiratorio e circolatorio ... Affinchè gli organi vitali siano adatti al trapianto devono essere organi viventi rimossi da esseri umani viventi.

Inoltre, come sopra sottolineato, le persone condannate a morte con la dichiarazione di "morte cerebrale" non sono "veramente morte" ma, al contrario, sono "certamente vive" ... ed espiantarle significa violare il V comandamento del Decalogo: "Non uccidere (Deut. 5,17).

Questa dichiarazione internazionale è già stata sottoscritta da più di 120 personalità e sostenuta in 19 nazioni. Fra i firmatari vescovi cattolici, religiosi, sacerdoti ed alti ecclesiastici, membri della Pontificia Accademia della Vita, tra cui l'ex Segretario; medici, professori, giudici, avvocati, altri professionisti e difensori dei diritti dei disabili e della vita.

Fra i firmatari evidenziamo critici di spicco della "morte cerebrale" come il Dr. Paul Byrne, il Dr. Cicero Coimbra (Brasile), il Dr. David W. Evans (Inghilterra), il Prof. Josef Seifert (Liechtenstein), il Dr. Yoshio Wanatabe (Giappone), il Prof. Massimo Bondì, il Dr. Giuseppe Bartolini, la Drssa. Maria Luisa Robbiati ed altri (Italia). Invitiamo, tutti coloro che lo volessero, a sottoscrivere la Dichiarazione internazionale scrivendo a Earl E.Appleby Jr,Director, CURE, Ltd., 812 Stephen Steet, Berkeley Springs, WV 25411, USA;

e-mail: cureltd@ix.netco.com; cureltd.netcome.com

Preghiamo anche di inviare una copia alla Lega nazionale contro la predazione di organi, Pass. Lateranensi, 22 - 24121 Bergamo o all'e-mail: negrello@antipredazione.org.; www.antipredazione.org.

Da parte nostra, ringraziamo in modo particolare la "Lega contro la predazione di organi a cuore battente" (del quale invitiamo a visitare l'interessante sito) della Signora Nerina Negrello e l'Ing. Ugo Tozzini per il materiale messo a disposizione per la documentazione;

J'ACCUSE CONTRO LA MORTE CEREBRALE A CUORE BATTENTE

La volontà di salvare gli organi ad ogni costo elimina la volontà di salvare il paziente ad ogni costo - Documento presentato al Parlamento e al Movimento Critico Internazionale Comunicato Stampa anno XXII n.8 19 settembre 2006 - .

La così detta “morte cerebrale” costituisce il cardine centrale su cui è basata l'espianto-trapiantologia. Senza di essa la chirurgia sostitutiva centrata sull'espianto di organi da soggetti vivi che hanno perso la coscienza, non avrebbe avuto un seguito.

I pazienti sotto ventilazione definiti arbitrariamente “cadaveri” dai medici che dichiarano la “morte cerebrale”, in realtà non lo sono né per la biologia né per la legge.

Per la biologia non lo sono perché i pazienti hanno tutti i loro organi perfettamente funzionanti. Per la legge non lo sono perché la normativa recita: “per cadavere si intende il corpo umano rimasto privo delle funzioni cardiorespiratoria e cerebrale”.

E' noto che le funzioni del cervello conosciute costituiscono solo il 10%, quindi la legge 578/93 che all'art.1 dichiara: “La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo” è scientificamente assurda perché non si può dichiarare “cessata” "una funzione che non si conosce". Inoltre è stato ampiamente dimostrato da molti autori e perfino dalla Harvard School di Boston che alcune delle poche funzioni cerebrali note sono ancora presenti contrariamente a quanto enunciato dalla legge.

Entriamo così nel vivo della controversa questione dell'espianto-trapiantologia.
Già nel 1985 (vedi sopra) la Lega Nazionale Contro la Predazione di Organi e la Morte a Cuore Battente dichiarò inaccettabile la “morte cerebrale” e si costituì in associazione per contrastare tale concetto.

La “morte cerebrale” viene dichiarata sempre (rare sono le eccezioni) nelle prime 24/48 ore dal ricovero di un paziente comatoso, in genere traumatizzato cranico, in un reparto di Rianimazione, durante le quali non si attua alcun tentativo serio ed efficace di terapia finalistica.

La terapia è finalistica solo quando si oppone tempestivamente al processo patologico in atto. Senza una terapia mirata si instaura un progressivo deterioramento della corteccia cerebrale, rendendo difficile il recupero del paziente.

Più il tempo passa più la sostanza grigia cerebrale, avida di ossigeno, perde la sua vitalità.Quindi l'intervento chirurgico elettivo va sempre e comunque eseguito d'urgenza allo scopo di decomprimere il cervello.Il tempo in questi casi è prezioso e quindi andrebbe ripristinato l'intervento decompressivo presso gli ospedali di prima accoglienza.

Infatti in passato il chirurgo degli ospedali minori aveva la preparazione per eseguire tali interventi decompressivi ed era tenuto ad effettuarli.Oggi, allo scopo di incrementare i trapianti, tali pazienti vengono avviati agli ospedali maggiori, più lontani, per cui sovente si superano i tempi ideali per il loro recupero. Così facendo però si salvano gli organi ad ogni costo.

La terapia finalistica non viene quasi mai attuata negli ospedali maggiori deputati al trapianto, poiché i neurochirurghi, pressati dalla richiesta di organi, sono consapevoli che salvare il paziente ad ogni costo può significare anche perderlo con l'atto chirurgico o durante il decorso post-operatorio, perdendo così i suoi organi.

Per terapia finalistica efficace intendiamo alcuni atti chirurgici: ventricolostomia, drenaggi extra e subdurali, e quando necessario craniotomia per ematoma extradurale, eseguiti d'urgenza, possibilmente nei primi 60/120 minuti dall'incidente allo scopo finalistico di decomprimere il cervello.

E' bene chiarire che un'aspirazione di pochi cc. di liquido emorragico e del liquor ventricolare può essere sufficiente a decomprimere il cervello e così fare ricomparire la coscienza e fare uscire il paziente dal coma. Antiedemigeni, diuretici e ipotermia cerebrale controllata, completano il trattamento della terapia d'urgenza.

Infatti un soggetto colpito da un trauma cranico grave, ha sempre un versamento emorragico endocranico che, modesto nei casi di frattura/lussazione di una delle prime due vertebre cervicali (modesto perché sono ossa laminari sottili), diviene al contrario un versamento ematico importante che si trasforma in un ematoma endocranico più o meno voluminoso in presenza di frattura della base cranica, cioè delle due rocche petrose che sono ossa molto vascolarizzate.

Notoriamente quest'ultimo tipo di frattura si diagnostica con estrema facilità anche prima di ogni accertamento radiologico per la presenza di una otorragia mono o bilaterale (presenza di sangue che si raccoglie nel padiglione auricolare).

Tale versamento emorragico infiltrativo e/o ematoma, comprime la massa cerebrale e quindi lo strato corticale/cerebrale (circa 1 cm. di spessore) a contatto con la struttura ossea indeformabile della volta cranica. La compressione dello strato corticale, sede dei centri sensoriali e dei centri motori e del linguaggio, che contribuiscono a formare la coscienza, determina il conseguente collasso del “canale sinaptico unificato”, struttura che come una rete labirintica si estende tra miliardi di neuroni. Tale collasso fa scomparire la coscienza. Il paziente si presenta in coma più o meno profondo a causa della compressione.

Stessa attenzione e tempestività di intervento si impone, è ovvio, per la patologia emorragica extradurale (ematoma da frattura o grave contusione delle ossa fronto-parietali). Tali pazienti hanno un tipico ritmo a due tempi: il paziente cade, si rialza, una piccola arteriola o capillare corticale/meningeo lacerato sanguina, si forma l'ematoma in un tempo variabile e il paziente entra in coma alcune ore dopo, quando la raccolta ematica determina una compressione della corteccia cerebrale.

Sia che il paziente giunga ad un ospedale maggiore direttamente o dopo aver perso tempo prezioso nell'ospedale minore, la patologia compressiva, trascorse 2/3 ore dal trauma, si aggrava. I medici preposti sono consapevoli che sottoporre un paziente ad un intervento decompressivo può comportare la perdita degli organi sia in caso di esito positivo (guarigione) che negativo (morte), in quanto gli organi seguono il destino del paziente.

I parenti vengono tranquillizzati e tacitati con la frase rituale “faremo tutto il possibile per salvarlo”, ma rinunciando a qualsiasi intervento chirurgico decompressivo il destino del paziente è segnato.

La dichiarazione di “morte cerebrale” copre qualunque malpractice ed evitando l'intervento i neurochirurghi, i rianimatori, i medici legali si sentono comunque al sicuro, poiché “SALVARE GLI ORGANI AD OGNI COSTO” è in linea con la filosofia di Stato.

Tale perverso comandamento elimina il salvare il paziente ad ogni costo, comandamento questo che affonda le sue radici nella storia della medicina.
Se il paziente comatoso giunge in ospedale con respirazione spontanea, ciò significa che i centri respiratori del bulbo non sono compromessi e pertanto non dovrebbe essere intubato se non per necessità operatoria.

Di solito, però, il paziente arriva già intubato e ventilato automaticamente, anche quando non è necessario. Da quel momento le sue condizioni vengono valutate attraverso le risposte riflesse agli stimoli, l’esame elettroencefalografico e il test dell’apnea (sospensione della ventilazione, senza svezzamento, e attesa delle ripresa spontanea del respiro), che viene ripetuto anche più volte consecutive, per valutare la profondità del coma e stabilire il raggiungimento delle condizioni richieste dai protocolli dello Stato per la dichiarazione della cosiddetta “morte cerebrale”.

Con questo test si intenderebbe saggiare la reattività dei centri respiratori alla CO2 (anidride carbonica che si accumula nel sangue dopo l’arresto).

Ma, con l’arresto del respiro, si provoca anche una diminuzione dell’ossigenazione del sangue (anossia), la quale, specialmente se viene ripetuta, può determinare un aggravamento, sovente irreversibile, delle condizioni neurologiche già critiche di un traumatizzato cranico.

A tale proposito dobbiamo ricordare una legge di fisiologia generale: "qualunque organo, sistema, tessuto o singola cellula, se viene sostituito nella sua funzione cessa progressivamente di esercitare la funzione, sino alla sua atrofia ". E' una legge ben conosciuta che riscontriamo nella metodologia dell'intubazione con ventilazione automatica.

Ben lo sanno gli anestesisti, che per svegliare i pazienti dall'anestesia usano il metodo dello “svezzamento continuo e progressivo”, non utilizzato nel test dell'apnea.Si perviene così alla convocazione della commissione medica che decreta, senza possibilità di obiezione di coscienza, una condizione di patologia che, rispondendo ai criteri imposti dallo Stato, è dichiarata irreversibile. Tutto ciò è conseguente alla mancata terapia d'urgenza.

"Tale dichiarazione pertanto rappresenta una condanna a morte annunciata e messa in atto d'autorità dopo un ridicolo periodo di osservazione di 6 ore che avvia il paziente all'espianto dei suoi organi ".

Espianto che viene eseguito su un paziente che reagisce istantaneamente all'incisione chirurgica con movimenti degli arti e del tronco, aumento della frequenza del polso e della pressione arteriosa a conferma della sua vitalità, rendendo necessaria la somministrazione preventiva di farmaci curarizzanti (paralizzanti) o di anestetici. E' solo con l'espianto degli organi che interviene la morte nel senso comune e classico del termine.

Il voler salvare gli organi ad ogni costo elimina la volontà di salvare il paziente ad ogni costo e così il concetto basilare della professione medica "primum non nocere" viene tristemente abbandonato.

E' tempo di restituire ai medici il diritto/dovere di curare secondo scienza e coscienza senza limiti imposti dallo Stato e dalle centrali del potere sanitario che hanno imposto la finzione della “morte cerebrale”.

E' tempo di rivedere drasticamente la legislazione in merito e dare voce ad un paziente che non può parlare, ma lancia il messaggio “perché non provate a curarmi?”. Qualcuno dovrà pure ascoltarlo.

QUELLO CHE NON HANNO DETTO

Non ti hanno detto che l’espianto di organi quali cuore, fegato,polmoni, reni, ecc., si effettua solo e sempre da persona in coma, con respirazione aiutata, e non da cadavere freddo e rigido come tutti intendiamo.

La persona viene incisa dal bisturi mentre il suo cuore batte, il sangue circola, il corpo è roseo e tiepido, urina, può muovere gambe, braccia, tronco, ecc..;

Le donne gravide portano avanti la gravidanza.

Non è vero che prima si interrompa la ventilazione e che poi, a cuore e respiro fermi, si inizi il prelievo, ma è proprio l’opposto-

Gli organi vengono tolti da persona che ha perso la coscienza le cui reazioni alla sofferenza prodotta dall’espianto sono impedite da farmaci paralizzanti o da anestetici-

Si parla di "morte clinica" quando cuore e polmoni si arrestano per qualche minuto, ma è ancora possibile riattivare il sistema cardiocircolatorio prima che i tessuti degenerino (le cellule nervose muoiono già dopo due minuti).

Si parla di "morte biologica" quando in una prima fase cessano di funzionare cuore, polmoni e sistema nervoso, mentre dopo 24-48 ore muore ogni singola cellula (morte assoluta)-

Ora mi rivolgo a coloro che volessero donare gli organi: è tra queste due fasi che si può procedere all'espianto.

Dr. David W. Evans, Fellow Commoner of Queens’ College Cambridge, cardiologo dimessosi dal Papworth Hospital per opposizione alla morte cerebrale, afferma: “Non c’è modo di accertare una vera morte cerebrale prima della cessazione della circolazione sanguigna. C’è una grande differenza tra essere veramente morto ed essere dichiarato clinicamente in morte cerebrale”.
(Audizione Parlamento Italiano ‘92).

Ricercatori dell’Harvard University affermano già dal 1992, che non è possibile accertare la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello con i mezzi clinico-strumentali attuali. [Critical Care Medicine-voI. 20, n0 12, 1992, Harvard Medical School, Boston, Rethinking Brain Death (Ripensamento sulla morte cerebrale).

Il Presidente dell’Associazione internazionale di Bioetica, Peter Singer, al congresso di Cuba (1996), in merito alla riluttanza a donare organi, ha affermato: “La gente ha abbastanza buon senso da capire che i "morti cerebrali" non sono veramente morti...la morte cerebrale non è altro che una comoda finzione. Fu proposta e accettata perché rendeva possibile il procacciamento di organi”.

QUELLO CHE SI DEVE SAPERE

È in vigore la Legge n. 91 del 1/4/99 che va a sommarsi alla legge 578/93 e al DPR 582/94 che impongono la dichiarazione della falsa morte cerebrale.

Confonde l’espianto di organi che è sempre e solo a cuore battente, con il prelievo di tessuti che avviene dopo arresto respiratorio e cardio-circolatorio di 20 minuti.

Questa legge schederà presso le ASL/USL tutti i cittadini in donatori e non-donatori: coloro che non manifesteranno la loro volontà verranno considerati donatori d’obbligo. La famiglia perderà il proprio autonomo diritto di opposizione.

Il Ministro dovrà decretare 10 direttive di attuazione e come le ASL dovranno inviare notifica documentata al cittadino. ATTENZIONE! Alcune ASL/USL locali hanno attivato illegali e abusive registrazioni di ‘dichiarazione di volontà” senza attendere il Decreto del Ministro previsto dalla L. 9 1/99 art. 5. Ciò è pericolosissimo per gli oppositori e ingannevole per i donatori.

IN ATTESA DEI DECRETI VIGONO DISPOSIZIONI TRANSITORIE

Si mantengono i due distinti diritti di opposizione:

- quello della persona che in vita cosciente abbia documentato l’opposizione, per es. con CARTA VITA/DICHIARAZIONE AUTOGRAFA

- quello dei parenti che presentino opposizione scritta entro i tempi del falso accertamento di morte cerebrale, tranne i casi in cui sia documentato che il malato è un donatore e non abbia cambiato idea con successiva dichiarazione autografa.

Le disposizioni transitorie potrebbero durare anni

È illegale coinvolgere i parenti in “donazioni” di un congiunto.
E' illegale e criminale che certi medici procedano a false autopsie a cuore battente per espiantare organi vivi da un non-donatore: vanno denunciati.

DIFFIDA DELLE ISTITUZIONI CHE FANNO PROPAGANDA PER INCREMENTARE I TRAPIANTI

Tratto da http://www.medicinaqualita.it/centrale/legaorgani2.htm


a) Metabolismo Cerebrale a riposo in soggetto sano;

b) Soggetto in stato di morte cerebrale (al centro)
Nella morte cerebrale, solo la pelle attorno al cranio consuma ancora glucosio,ma il cervello è totalmente inattivo;

c) Soggetto in stato vegetativo Nello stato vegetativo,il cervello conserva una certa attività,ma molto inferiore a quello di un cervello normale;
Fonte iconografica : (2005, Steven Laureys, Nature Publishing Group - Nature Review/Neuroscience)

Conserva questi articoli....poi ognuno la pensi come vuole !!

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